Ci sono cene che si ricordano per un piatto. Altre per un vino. Alcune, più rare, per l’atmosfera che riescono a creare. La terza serata della rassegna FOUR, andata in scena ieri sera al Quartopiano a Rimini, appartiene decisamente a quest’ultima categoria: un’esperienza gastronomica costruita attorno all’incontro, alla condivisione e alla contaminazione culturale.
Sul rooftop di Quartopiano, affacciato sulla Riviera romagnola, la cucina è diventata linguaggio comune. Non soltanto tra gli chef protagonisti della cena a più mani, ma anche tra gli ospiti seduti ai tavoli social, pensati proprio per favorire connessioni spontanee. Persone inizialmente sconosciute che, portata dopo portata, si sono ritrovate a condividere calici, impressioni e conversazioni, trasformando la cena in qualcosa di più profondo di un semplice percorso degustazione.
Il tema della serata era chiaro fin dal titolo: “L’Adriatico incontra il Sol Levante”. Due mondi apparentemente lontani — la Romagna e il Giappone — capaci però di dialogare attraverso valori comuni tra cui il rispetto della materia prima, la precisione del gesto, il senso dell’ospitalità.
Da una parte Silver Succi, anima di Quartopiano e interprete raffinato della cucina adriatica contemporanea. Dall’altra Toshihiro Nakamizo, per tutti Toshi, chef originario di Saga, nel sud del Giappone, capace di portare nella sua cucina un equilibrio quasi meditativo tra tecnica, essenzialità ed estetica.
La serata si è aperta con un aperitivo standing nel Roof Garden accompagnato da bollicine Metodo Charmat, mentre il tramonto lasciava lentamente spazio alle luci della terrazza. L’atmosfera aveva già il ritmo giusto, elegante ma rilassata, sofisticata ma autentica.
Fin dalle prime portate è apparso evidente il dialogo tra le due cucine. Lo Shirakake di primavera firmato da Toshi — con asparagi, piselli, fagioli, tofu e pesto di sesamo — raccontava una delicatezza quasi silenziosa, giocata su consistenze morbide e note vegetali pulite. Poco dopo arrivava la triglia ripiena di baba ganoush e peperone corno di Silver Succi, un piatto che univa intensità mediterranea e precisione contemporanea.
Il risotto ai piselli, tagliatella e ristretto di seppia è stato uno dei momenti più intensi della cena. Profondo, essenziale, costruito con equilibrio assoluto. Un piatto che sembrava rallentare il tempo e invitare il tavolo a fermarsi per qualche secondo in più.
Poi il lato più conviviale e materico della cucina di Toshi, il Kakuni Manju, bao soffice con pancetta stufata alla giapponese, cavolo viola marinato e salsa miso leggermente piccante, seguito dall’Okonomiyaki, il tradizionale pancake salato giapponese.
A chiudere la parte salata, il controfiletto di agnello con morbido di patate e salsa alle raguse. Un piatto elegante, intenso, quasi simbolico nel rappresentare l’incontro tra mare e terra, tra profondità e delicatezza.
Accanto alla cucina, un ruolo fondamentale lo hanno avuto i vini greci selezionati da Francesco Falcone e Fabrizio Timpanaro. Una scelta tutt’altro che casuale. La Grecia enologica contemporanea sta vivendo una fase di straordinaria evoluzione, riscoprendo vitigni antichi e territori storici con uno sguardo moderno e identitario.
Dalle isole Cicladi a Creta, dalle Ionie all’Epiro, passando per Tracia e Macedonia, il percorso nel calice ha accompagnato gli ospiti in un viaggio parallelo a quello gastronomico. Vini minerali, vibranti, a tratti sorprendenti, capaci di dialogare tanto con la delicatezza nipponica quanto con la profondità mediterranea della cucina romagnola e giapponese.
E forse è proprio qui che FOUR trova il suo senso più autentico. Non semplicemente nella ricerca gastronomica o nella qualità dell’esperienza culinaria, ma nella capacità di creare relazione. In un momento storico in cui tutto sembra veloce, individuale e frammentato, una tavola condivisa torna a essere uno spazio raro e prezioso.
Il vero lusso, oggi, potrebbe essere proprio questo, prendersi il tempo per sedersi accanto a sconosciuti, ascoltare storie nuove, condividere vino, sapori e silenzi.
Perché serate come questa non si esauriscono nel ricordo di un piatto ben eseguito o di un pairing riuscito. Restano per l’atmosfera che riescono a creare, per le connessioni che nascono spontaneamente e per quella sensazione, difficile da spiegare, di aver partecipato a qualcosa che va oltre una semplice cena.















